Il periodo della vita nel quale le persone sono in pensione è caratterizzato da una libertà di scelta individuale per cui l’utilizzo del tempo è diversificato a seconda delle proprie attitudini (giardinaggio, sport, lettura).

Sostanzialmente nessuno è obbligato a fare qualcosa, al di fuori delle necessità e bisogni primari e familiari.

A doveri identici, quindi, dovrebbero corrispondere uguali diritti.

A tutti i lavoratori che hanno maturato 40 anni di contributi nell’ambito della stessa categoria andrebbe corrisposta una pensione di uguale valore, abbia rivestito la carica di presidente o di usciere della Corte C.  (sufficiente in ogni caso ad assicurare a se e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa art. 36 della C.I.).

Durante l’attività lavorativa le situazioni sono diverse e, quindi, le retribuzioni devono essere rapportate  non solo alla quantità e qualità  di lavoro ma anche ai rischi e responsabilità che le funzioni svolte comportano, precisando che non sono da tollerare o giustificare differenze enormi .

I presupposti prima enunciati se possono essere condivisibili  con riferimento al periodo dell’attività lavorativa non devono applicarsi né possono trovare giustificazioni in pensione quando tutte le persone fanno lo stesso lavoro, cioè non fanno nulla.

Alla obiezione che le differenze sono dovute alla entità dei contributi versati nel tempo (anche se non è giusto) si risponde che ciò può essere tollerato, ma necessita porre dei limiti razionali, logici e morali per coordinare minimi e massimi.

Ci si è mai chiesto perché l’entità delle pensioni di commercianti, artigiani, ,  braccianti agricoli e di tutti coloro che devono versare in  proprio i contributi sono molto basse?  Il prelevare dalle proprie tasche per pagare contributi sociali e tributi è molto difficile anche se gl’introiti o incassi sono stati rilevanti.

Situazioni notevolmente diverse quando i prelievi sono fatti alla fonte dagli Enti.

Occorre con urgenza stabilire un limite massimo che può essere corrisposto ad una persona (anche con più indennità) in pensione che non superi di 10 volte la somma delle pensioni integrate al minimo (ad es. min. 600 – max. 6.000 € netti).

Da questa ipotesi scaturiscono enormi economie per Stato, Regioni, Province, Comuni , Enti pubblici non territoriali, parastatali, partecipati, ecc. ecc. …, in quanto l’ammontare dei contributi da versare agli Enti previdenziali sarebbe calcolato in modo tale da assicurare al lavoratore  al maturare dei 40 anni una pensione netta ( non da nababbi)  di 6.000 € netti.

Eventuali maggiori contributi versati da destinare alla assistenza generale.

Chiunque dovesse ritenere non appropriato il limite massimo di pensione stabilito con legge, essendo quasi sempre percettori di stipendi o retribuzioni rilevanti, può costituirsi, con i propri risparmi, una integrazione pensionistica presso Enti assicurativi o Istituti di credito.

Cosa impossibile a percettori di retribuzioni  basse che il più delle volte non riescono ad arrivare alla fine del mese.

Con riferimento al principio di uguaglianza si fanno presenti 2 situazioni assurde e di grande disparità socio- economiche.

Ai cittadini per acquisire il diritto alla pensione di anzianità e/o vecchiaia si chiede il versamento di almeno 20 anni di contributi assicurativi, in assenza dei quali, l’INPS non corrisponde alcun trattamento pensionistico, né restituisci le somme versate.

Ai parlamentari, invece, è richiesto il versamento di contributi per 4 anni, 6 mesi e 1 giorno (equivalenti alle pensioni super baby degli anni “70/80 per le quali si chiedevano più del doppio 11 anni, 6mesi e un giorno più il riscatto dei 4 anni degli studi universitari) e rinunciando alla pensione o vitalizio si dà la facoltà di chiedere il rimborso dei contributi versati.

Eè necessario, è indispensabile che anche per i politici e per tutti i percettori di situazione di privilegio si applichino normative identiche a quelle di tutti gli altri lavoratori.

In uno Stato in cui vi è oltre un milione di famiglie in stato di povertà e 2- 3 milioni di giovani disoccupati non sono giustificabili né ammissibili corresponsioni di pensioni mensili di entità dai 10.000 , 43.000 fino a 90.000 € mensili.

Contemporaneamente è immorale consentire, a persone over 65  con pensioni super, di continuare a lavorare ( magistrati, politici, docenti universitari,  medici ,amministratori delegati di Enti pubblici, banche, grandi società).

Distinti saluti

Il presidente

( Antonio prof. Fasiello)