Anarchia fiscale e principio della riserva di legge

 

L’autonomia finanziaria dei Comuni e delle Regioni e l’introduzione di tributi locali lasciati alla discrezione degli Amministratori, novelli tiranni, ha originato circa 8.500 sistemi tributari diversi con notevoli sperequazioni.

I costi dei servizi indivisibili, come da principi classici dell’economia, vanno coperti dalle entrate delle imposte a livello nazionale e non da tributi locali, del resto per questo obiettivo è stata introdotta l’addizionale I.R.P.E.F. a favore degli Enti locali territoriali, per la quale si deve stabilire una aliquota unica per rispetto dei contribuenti e per il principio di uguaglianza e della riserva di legge.

Gli Amministratori devono dimostrare di avere le capacità di gestire la cosa pubblica nel rispetto delle norme fiscali statali uniformi e non ricorrendo alle tasche dei cittadini ogni volta che si trovano in difficoltà.

Da queste premesse scaturisce l’assurdità dell’introduzione della TASI (tassa sui servizi indivisibili) per i cui costi sono destinate le risorse acquisite dall’addizionale IRPEF.

E’ solo ipocrisia parlare di U.I.C. (imposta comunale unica) e poi mantenere l’esistenza di tributi diversi IMU. TASI. TARI ECC. ECC. ….

E’ altrettanto ridicolo, almeno che lo scopo non è quello di non fai capire niente alle persone, modificare la denominazione della stessa tassa per mascherare gli aumenti.

I principi dell’autonomia e indipendenza, vigenti per la magistratura, che si vogliono introdurre a livello locale nel settore tributario danno origine, come accade nel campo della giustizia (tanti giudici tanti ordinamenti giudiziari) a un numeri di sistemi fiscali equivalenti al numero degli enti territoriali esistenti.

   L’anarchia, le discrepanze, la discrezionalità, la diversità delle aliquote dei tributi degli Enti devono sparire sostituendole con tributi identici.

Il fare l’amministratore è una scelta non un obbligo; chi non se la sente, non ha le capacità, si dedichi a qualsiasi altra attività.

Non devono essere i contribuenti  a subire i danni degli errori, disonestà, incapacità degli amministratori ma quest’ultimi ad accettare e rispettare le norme giuridiche e fiscali che devono essere uguali per tutto il territorio nazionale.

Se si vuole applicare il principio dei costi standard per le Regioni, non si può violare il principio dell’uguaglianza (art. 3 della costituzione) nel campo fiscale a qualsiasi livello.

Non c’è idea più pazza di quella di lasciare alle decisioni di una sola persona (sindaco, presidenti di regione o provincia) decisioni che riguardano i tributi  che si ripercuotono direttamente nelle tasche dei contribuenti.

E’ facile amministrare potendo coprire i debiti con i soldi dei cittadini.

Antonio Fasiello